„Ancora una volta: VIVA VERDI! – Il grido aveva lo smalto dell’entusiasmo e il timbro di una giovane melomane. Viva Verdi, appunto: Quel grido è esploso perchè Michele Pertusi e sopratutto il direttore Will Humburg hanno condotto in porto uno spettacolo meritevole di applausi più di quelli attributi a scena aperta. Pensiamo che il trionfatore assoluto stavolta sia stato proprio Humburg: la sua concertazione ha alternato momenti di lirismo estatico a ferventi cavalcate ritmiche, pianissimi cameristici a rapsodiche esplosioni dinamiche, legati incantevoli a staccati di piglio quattrottesco. Tutto col rispetto della musica, senza spavalderie bandistiche. Ed ha introdotto lunghe pause espressive, mentre la scena restava preda immobile del silenzio assoluto e l’orchestra ferma con gli archetti in aria in attesa del cenno direttoriale; il che ha contribuito ad ingigantire la drammaturgia e a far montare l’emozione. Un’esempio su tutti per chiarire lo stile Humburg: alla fine del primo atto, quando compare Leone, egli affina il rubato miracolosamente e le parole di Attila emergono sopra tutto e tutti, restando scolpite nella memoria come non ci era mai dato udire prima. Potremmo citare anche i rallentamenti espressivi per le arie di Odabella, oppure l’energia esplosiva delle cabalette per lodare i pregi di questa esecuzione; ma ci fermiamo qui e lasciamo allo spettatore il gusto di scoprire il resto.“
– La Nuova Ferrara, Athos Tromboni